La ‘rivoluzione liberale’ di Francesco Saverio Nitti

La ‘rivoluzione liberale’ di Francesco Saverio Nitti

Nella collana di «Monografie» dell’Istituto è apparso il volume n° 69:

Michele Cento, Tra capitalismo e amministrazione. Il liberalismo atlantico di Nitti, 2107, pp. xii-220. [isbn 978-88-15-27311-6]. 25,oo.

Introduzione– Le origini atlantiche del «liberalismo societario» – La «filosofia dell’azione». Dalla costituzione sociale all’amministrazione industriale – L’ «amministrazione in appalto». Il capitalismo organizzato e le macerie del liberalismo.

Nel 1889, a un secolo esatto dalla presa della Bastiglia, Antonio Labriola dichiara chiusa l’età dell’individualismo, per annunciare l’avvento dell’età della socialità. È questo il presupposto storico e concettuale su cui poggia la rivoluzione liberale di Francesco Saverio Nitti. Economista e sociologo, prima di diventare deputato, ministro e presidente del Consiglio, Nitti avvia un processo di rinnovamento del liberalismo, aprendolo all’influenza del socialismo e delle scienze sociali. Contro gli arroccamenti del liberalismo italiano alle prese con le rivendicazioni delle masse popolari e lavoratrici, egli individua nel conflitto sociale tra interessi organizzati la porta d’accesso alla modernità e alla democrazia. In questo senso, Nitti rappresenta la voce italiana di un liberalismo atlantico che riforma se stesso per assorbire e governare le trasformazioni che a cavallo del Novecento accompagnano la diffusione transoceanica del capitalismo industriale, della società di massa e dello Stato amministrativo. Il suo pensiero politico non è però destinato a rimanere sulla carta, perché tra età giolittiana e Prima guerra mondiale si tramuta in quella che Antonio Gramsci ha definito una «filosofia dell’azione». È in questo passaggio, però, che lo slancio democratico va via via scemando, per lasciare il posto a un’idea di democrazia industriale in cui gli imperativi dell’organizzazione razionale del capitalismo prendono il sopravvento sulle promesse di emancipazione e liberazione della totalità degli individui. In questa fase, cioè, la rivoluzione liberale viene sempre più affidata a un’amministrazione di tipo nuovo, che sfonda il confine tra pubblico e privato, per meglio adattarsi alle esigenze di una società che, dopo la mobilitazione totale della guerra, entra in una crisi di governabilità. Esplodono così le contraddizioni interne a un liberalismo che non è più in grado di coniugare sul piano discorsivo e pratico la promessa di liberazione universale degli individui con le esigenze della disciplina sociale della produzione. In queste contraddizioni si insinuerà il fascismo, che si innesta sul flusso modernizzatore messo in moto da un liberalismo riformato, annichilendo però la pretesa di libertà con cui si era aperta l’età della socialità.

Michele Cento (Vibo Valentia, 1984) si è laureato in Storia all’Università di Torino nel 2009 e nel 2013 ha conseguito il titolo di dottore di ricerca in Europa e Americhe: costituzioni, dottrine e istituzioni politiche «Nicola Matteucci» presso l’Università di Bologna. Dal 2013 al 2016 è stato borsista presso l’Istituto italiano per gli studi storici. È autore di saggi sul liberalismo italiano e statunitense. Sta attualmente lavorando a una ricerca sul socialismo meridionale presso la Fondazione «Giuseppe Di Vagno».